Quasi mezzo milione di negozi vuoti: quanto costano all'Italia le vetrine spente
Secondo Confcommercio e Istituto Tagliacarne è sfitto un locale commerciale su sei. Al Sud e nei piccoli comuni va peggio, e gli affitti mai incassati arrivano a 53 miliardi.

Il dato: un negozio su sei è chiuso
In Italia ci sono circa 458mila locali commerciali vuoti, pari al 17% del totale: in pratica una vetrina su sei è spenta. È la stima presentata il 23 ottobre 2026 dall’Ufficio Studi di Confcommercio, realizzata insieme all’Istituto Tagliacarne, il centro studi del sistema delle Camere di commercio. Il direttore dell’Ufficio Studi, Mariano Bella, ha definito il quadro una fotografia drammatica, da usare come base per le politiche pubbliche.
Il numero cambia un po’ a seconda di quale anno si guarda. Per il 2023 i locali inattivi contati sono 467.103; per il 2025 la stima è di 460.466, cioè il 16,9%; per il 2026 la previsione scende a circa 458mila. Per questo nei titoli dei giornali si leggono cifre diverse, da “450mila” a “quasi mezzo milione”: parlano della stessa ricerca, ma di periodi diversi.
Che cosa vuol dire “locale sfitto” e come si fa la stima
Un locale sfitto è uno spazio pensato per un’attività commerciale, come un negozio, un bar o un’agenzia, che in quel momento non ospita nessuna impresa attiva. La ricerca mette a confronto i locali commerciali esistenti con quelli effettivamente usati dalle imprese, settore per settore e territorio per territorio. Confcommercio la presenta come una “prima stima”: la metodologia completa non è descritta nei comunicati, quindi i numeri vanno letti come ordini di grandezza più che come un censimento esatto.
Dove: il Sud e i piccoli comuni
Le differenze tra territori sono marcate. Nel Mezzogiorno è vuoto il 19,4% dei locali, la quota più alta; nel Nord-Est la più bassa, il 13,8%. Conta anche la dimensione del comune: nei piccoli comuni e nelle aree poco popolate si arriva al 18,7%, mentre nelle grandi città e nei centri di medie dimensioni la quota è intorno al 16%.
È il fenomeno che gli economisti chiamano desertificazione commerciale: quando in un paese o in un quartiere chiudono i negozi di vicinato, chi ci abita deve spostarsi per fare la spesa o usare i servizi, e la zona perde vita e attrattività. È un problema che pesa soprattutto nelle aree interne, dove la popolazione cala e invecchia.
Quali attività chiudono di più
Il settore con più locali vuoti è il piccolo commercio non alimentare, con circa 171-172mila spazi inutilizzati; seguono bar e ristoranti, con quasi 90mila locali chiusi. Se si guarda invece alla percentuale di chiusure all’interno di ogni attività, superano il 20% abbigliamento, calzature e articoli per la casa; le agenzie di viaggio vanno oltre il 34%; parrucchieri e centri estetici sono vicini al 23%.
Sono in gran parte attività di vicinato, che vivono dei clienti che passano a piedi: per questo la loro chiusura si nota subito nel paesaggio di una via o di un quartiere.
Il conto: 53 miliardi di affitti mai incassati
Per misurare quanto costano le vetrine spente, la ricerca parte da due numeri. Il primo è il tempo: tra il 2012 e il 2023 un locale commerciale è rimasto vuoto in media per 7,2 anni. Il secondo è l’affitto: il canone medio annuo è di circa 16mila euro, secondo i dati dell’Osservatorio del Mercato Immobiliare (OMI) dell’Agenzia delle Entrate.
Moltiplicando le due cifre si ottiene il mancato reddito di un singolo locale: circa 116mila euro nell’intero periodo in cui resta sfitto. Esteso a tutti i locali vuoti, il conto arriva a 53 miliardi di euro, cioè circa 4,4 miliardi l’anno, pari allo 0,2% circa del Pil italiano.
Attenzione a come si legge questo numero. Non è ricchezza “bruciata” né Pil perso, e non sono tasse non pagate: è una stima del valore potenziale degli affitti che i proprietari non hanno incassato. Serve a dare una misura economica di un fenomeno che altrimenti si vede solo camminando per strada.
Proprietà o affitto: quanti commercianti pagano un canone
La stessa analisi mostra che la maggior parte dei commercianti non è proprietaria del locale in cui lavora. Nel 2026 il 36,6% delle imprese del commercio al dettaglio possiede i propri spazi, mentre il 63,4% li ha in affitto. Nelle otto città più grandi, cioè Roma, Milano, Torino, Napoli, Genova, Palermo, Bologna e Firenze, la quota in affitto sale al 69,8%.
Tra le regioni, la quota di proprietà più bassa è nel Lazio (31,5%), seguita da Campania (33,2%), Liguria e Toscana (33,6%); la più alta è in Basilicata (46,5%), con Calabria (44,9%) e Molise (43,4%). In nessuna regione si arriva alla metà. Questo conta perché chi paga un affitto è più esposto all’aumento dei canoni e, se gli incassi calano, ha più difficoltà a restare aperto.
Le proposte e cosa resta incerto
Confcommercio chiede al governo di dare ai Comuni risorse adeguate per piani locali che aiutino a riaprire i locali vuoti, favorire nuove attività e rivitalizzare i quartieri, nell’ambito del progetto Cities dell’associazione. È la proposta di un’associazione di categoria, che rappresenta i commercianti.
Restano alcuni limiti. La stima è nuova e la metodologia non è pubblicata per intero; i numeri delle diverse testate non coincidono sempre, perché mescolano anni e definizioni diverse; e il valore degli affitti mancati dipende da un canone medio nazionale, mentre nella realtà un negozio in centro a Milano e uno in un piccolo paese hanno affitti molto lontani. Il dato più solido resta l’ordine di grandezza: circa un locale commerciale su sei, in Italia, oggi è vuoto.