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Perché le imprese italiane restano piccole: famiglia, costi, tecnologia e successione

Tre imprese su quattro hanno meno di 10 addetti e 85 su 100 sono controllate da una famiglia. Cosa dicono Istat, OCSE e Banca d'Italia su uno dei nodi della bassa crescita italiana.

04 novembre 2026 · Imprese
Un nodo che torna sempre

Da decenni l’Italia cresce meno dei principali partner europei e, tra le cause indicate più spesso da economisti e istituzioni, c’è la dimensione delle imprese. Il tema è tornato al centro del dibattito con i primi risultati del nuovo Censimento permanente delle imprese, diffusi dall’Istat il 29 ottobre 2026, e con lo Studio economico sull’Italia pubblicato dall’OCSE ad aprile. Anche il governatore della Banca d’Italia, nelle Considerazioni finali di maggio, ha indicato tra i freni un tessuto produttivo frammentato in piccole imprese che adottano più lentamente le nuove tecnologie. Ma perché così tante aziende restano piccole? Una risposta unica non c’è: entrano in gioco il controllo familiare, il costo del lavoro, la burocrazia, la tecnologia e il ricambio generazionale.

Quanto sono piccole, davvero

Contando tutte le imprese attive dell’industria e dei servizi, nel 2023 erano circa 4,6 milioni e il 94,8% aveva al massimo nove addetti, pur impiegando meno della metà degli addetti totali. Molte, però, sono lavoratori autonomi o attività minime. Per questo nel Censimento l’Istat guarda alle imprese con almeno 3 addetti: poco più di un milione, che producono l’87,5% del valore aggiunto. Anche qui il quadro cambia poco: il 76,1% sono microimprese (3-9 addetti), il 20,9% piccole (10-49), il 2,6% medie (50-249) e appena lo 0,4% grandi, cioè 4.285 aziende.

Il confronto internazionale aiuta a capire. Secondo l’OCSE, in Italia micro e piccole imprese impiegano oltre il 60% degli occupati, contro circa il 40% in Francia e Germania. C’è però anche un segnale di cambiamento: la dimensione media delle imprese con almeno 3 addetti è salita da 12,0 addetti nel 2018 a 13,8 nel 2024, e il peso delle microimprese sull’occupazione è sceso dal 30,1% al 25,8%.

Perché la dimensione conta

Essere piccoli non è un difetto in sé: in settori come la meccanica, la moda e l’arredo l’Italia ha costruito eccellenze anche con aziende di dimensioni contenute. Il punto è la produttività, cioè quanto valore si produce per ogni persona che lavora. L’OCSE osserva che le imprese più piccole sono in media meno produttive delle grandi e che in Italia questo divario è più ampio che nelle altre grandi economie europee.

Le ragioni sono abbastanza intuitive. Una grande impresa può distribuire su volumi più ampi i costi fissi di ricerca, macchinari, software e personale specializzato; una piccola spesso non riesce a sostenerli. Lo si vede anche nella formazione: quella non obbligatoria coinvolge il 19,5% delle microimprese e l’80,1% delle grandi.

Il controllo resta in famiglia

Il primo motivo riguarda la proprietà. Nel 2025 l’84,6% delle imprese con almeno 3 addetti è controllato da una persona o da una famiglia, una quota salita dal 75,2% del 2018. Solo l’1,6% affida la gestione a manager.

Per crescere servono capitali, e i capitali esterni arrivano spesso con nuovi soci che chiedono voce in capitolo. I dati mostrano quanto sia diffusa la scelta di non aprirsi: il 90% delle società di capitali non prevede aumenti di capitale e, tra queste, la metà lo motiva con la volontà di lasciare invariato l’assetto proprietario. Solo l’1% prevede di rafforzarsi con nuovi soci privati e lo 0,6% con fondi di private equity o con la quotazione in Borsa. La fonte più usata resta l’autofinanziamento, scelto dall’81,4% delle imprese. È la stessa lettura proposta da lavoce.info: finché l’ingresso di soci esterni viene vissuto come una perdita di controllo, la crescita resta difficile.

Costo del lavoro, burocrazia e soglie

Il secondo gruppo di motivi riguarda i costi. Secondo il rapporto Taxing Wages 2026 dell’OCSE, nel 2025 il cuneo fiscale e contributivo per un lavoratore single con salario medio era pari al 45,8% del costo del lavoro, il quinto valore più alto tra i 38 Paesi membri. In pratica, su 100 euro che l’azienda spende per quel dipendente, 45,8 vanno in imposte e contributi. La parte più pesante sono i contributi a carico del datore di lavoro, mentre l’imposta sul reddito (14,5%) e i contributi del lavoratore (7,2%) sono vicini alla media OCSE.

Nel Censimento le imprese più piccole indicano più spesso, tra gli ostacoli alle assunzioni, un costo del lavoro percepito come troppo alto e l’incertezza sulla sostenibilità dei costi futuri, mentre le più grandi lamentano soprattutto la mancanza di personale con competenze adeguate. Tra gli ostacoli alla competitività, gli oneri amministrativi e burocratici sono al primo posto per micro e piccole imprese, indicati rispettivamente dal 28,2% e dal 27,4%.

Si cita spesso la soglia dei 15 dipendenti, oltre la quale scattano regole più rigide sui licenziamenti. Gli studi della Banca d’Italia ne ridimensionano il peso: per le imprese con 15 dipendenti la probabilità di crescere scende di circa 2,6 punti, dal 34 al 32%. Contano di più altre soglie, soprattutto fiscali: secondo una stima pubblicata a giugno 2026, la più onerosa è l’uscita dal regime forfettario, con un costo pari a circa il 10% del valore aggiunto, seguita da contabilità semplificata e IVA trimestrale (4-5%). Sono limiti che riguardano soprattutto le attività più piccole, dove molti preferiscono restare sotto la soglia piuttosto che superarla.

Intelligenza artificiale: il divario si allarga

L’intelligenza artificiale mostra bene quanto conti la dimensione. Nel 2025 il 16,4% delle imprese con almeno 10 addetti usa almeno una tecnologia di IA, il doppio dell’anno precedente. Ma la crescita è molto diversa: tra le grandi imprese si è passati dal 32,5% al 53,1%, tra le PMI dal 7,7% al 15,7%. Il divario è salito a 37 punti, mentre per quasi tutte le altre tecnologie digitali si sta riducendo. La media dell’Unione europea è intorno al 20%.

Tra le imprese che avevano valutato l’IA senza adottarla, il primo ostacolo è la mancanza di competenze (58,6%), seguita da dubbi sulle regole (47,3%), dati insufficienti (45,2%), privacy (43,2%) e costi (43,0%). Inoltre un terzo delle imprese che dichiara di usare l’IA non indica uno scopo aziendale preciso, soprattutto tra le piccole: segno di un utilizzo ancora sperimentale.

Il nodo della successione

L’ultimo tassello è il ricambio generazionale. A giugno 2025 i titolari di imprese individuali con almeno 70 anni erano 314.824, il 10,7% del totale, contro l’8,9% del 2015; nello stesso decennio i titolari complessivi sono diminuiti di oltre 300mila. Tra le imprese familiari più grandi, quelle con oltre 20 milioni di fatturato, l’Osservatorio AUB di AIDAF, UniCredit e Bocconi stima che il 33,5% potrebbe affrontare un cambio al vertice entro il 2034; la quota salirebbe al 48,8% se i leader lasciassero a 70 anni invece che a 75.

Secondo le ricerche dello stesso Osservatorio, le aziende familiari che hanno già fatto il passaggio generazionale mostrano in media risultati migliori in redditività, produttività e solidità. La successione, quindi, è un rischio se non viene preparata, ma può essere anche il momento per rinnovare gestione e strategie.

Opinioni diverse e cosa resta incerto

Sulle cause non c’è unanimità. La CNA, che rappresenta artigiani e piccole imprese, ricorda che in tutta Europa le aziende sotto i 50 addetti sono circa il 99% del totale e sostiene che a frenare il Pil siano stati soprattutto investimenti insufficienti, burocrazia, costo dell’energia, calo demografico e un contesto poco efficiente, non le piccole imprese in sé. L’OCSE indica invece tra le priorità aiutare le imprese a espandersi e rendere più dinamico il sistema produttivo.

Per lavoratori e famiglie la questione non è astratta: imprese più produttive possono pagare salari più alti e investire di più. I dati, però, hanno dei limiti. Le cifre del Censimento sono dichiarazioni delle imprese e riguardano solo quelle con almeno 3 addetti; i confronti internazionali usano definizioni non sempre identiche; i dati sull’IA del Censimento e dell’indagine Istat sulle tecnologie digitali hanno periodi di riferimento diversi e non vanno confrontati direttamente. Nel primo semestre 2027 l’Istat pubblicherà dati più dettagliati del Censimento, utili per capire se l’aumento della dimensione media degli ultimi anni proseguirà.

Contenuto a solo scopo informativo: non costituisce consulenza finanziaria né sollecitazione all’investimento.

Fonte: Istat – Censimento permanente delle imprese 2025