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William Nordhaus, l'economista che ha dato un prezzo al clima

È morto a 85 anni il Nobel 2018 che ha portato il clima nei modelli economici: dal limite dei 2 gradi al costo sociale del carbonio, cosa resta delle sue idee.

06 novembre 2026 · Europa
Chi era William Nordhaus

William D. Nordhaus è morto il 30 ottobre 2026 nella sua casa di New Haven, negli Stati Uniti, a 85 anni. L’American Economic Association ne ha dato notizia il 2 novembre, ricordandolo come un pioniere dell’economia dei cambiamenti climatici; secondo il New York Times, la causa è stata un glioblastoma, una forma di tumore al cervello.

Nato ad Albuquerque, in New Mexico, il 31 maggio 1941, si era laureato a Yale nel 1963 e aveva conseguito il dottorato al MIT nel 1967, studiando con Robert Solow, Kenneth Arrow e Paul Samuelson. Con Samuelson ha poi firmato per decenni “Economics”, uno dei manuali più usati al mondo. Dal 1967 ha insegnato a Yale, dove era Sterling Professor emerito; alla fine degli anni Settanta ha fatto parte del Consiglio dei consulenti economici del presidente Jimmy Carter, e nel 2014 è stato presidente dell’American Economic Association. Nel 2018 l’Accademia reale svedese delle scienze gli ha assegnato il premio Nobel per l’economia, insieme a Paul Romer, per aver integrato il cambiamento climatico nell’analisi macroeconomica di lungo periodo.

Il problema: un danno che nessuno paga

Il punto di partenza delle sue ricerche è un concetto classico dell’economia, l’esternalità: un costo che un’attività scarica su altri senza pagarlo. Chi brucia carbone, petrolio o gas emette anidride carbonica, che si accumula nell’atmosfera e contribuisce a scaldare il pianeta. I danni ricadono su tutti, e in buona parte sulle generazioni future, mentre il prezzo dei combustibili non ne tiene conto.

L’idea che chi causa un danno debba pagarne il costo risale all’economista britannico Arthur Cecil Pigou, negli anni Venti del Novecento. Nordhaus l’ha applicata al clima traendone una conclusione pratica: se le emissioni hanno un prezzo, imprese e famiglie hanno un motivo per ridurle, e ciascuno sceglie da sé dove farlo costa meno. Secondo il racconto riportato dal New York Times, il suo interesse per l’ambiente era nato leggendo su una rivista di bordo un articolo che criticava il prodotto nazionale lordo come misura del benessere.

Dal 1975 l’idea dei 2 gradi

Nordhaus iniziò a occuparsi di clima nel 1974, durante un soggiorno all’International Institute for Applied Systems Analysis (IIASA) di Vienna, dove condivideva l’ufficio con un climatologo, come ricostruisce il New York Times. Nel giugno 1975 pubblicò per l’istituto lo studio “Can We Control Carbon Dioxide?”, indicato dallo stesso quotidiano come il primo lavoro che inserisce le emissioni di CO2 in un modello economico.

In quel testo propose, come prima approssimazione, di non far salire la temperatura media di più di 2 o 3 gradi, perché oltre quella soglia il clima sarebbe uscito dall’intervallo osservato negli ultimi centinaia di migliaia di anni. Secondo l’Agenzia federale tedesca per l’educazione civica (bpb) è la prima proposta nota di usare i 2 gradi come limite per la politica climatica. L’idea restò a lungo tra gli addetti ai lavori; con l’Accordo di Parigi del 2015, mantenere il riscaldamento ben al di sotto dei 2 gradi è diventato l’obiettivo concordato a livello mondiale.

Il modello DICE e il costo sociale del carbonio

Secondo la Fondazione BBVA, che gli assegnò un premio nel 2018, servirono più di quindici anni per costruire un modello completo. Negli anni Novanta Nordhaus presentò il DICE (Dynamic Integrated Climate-Economy), che l’Accademia svedese descrive come il primo modello quantitativo dell’interazione globale tra economia e clima; ne seguì una versione per grandi aree del mondo, il RICE.

Il meccanismo, semplificando, è questo: la produzione genera emissioni, le emissioni fanno salire la concentrazione di CO2 e quindi la temperatura, il riscaldamento riduce la produzione futura attraverso i danni. Tagliare le emissioni costa oggi, ma evita danni domani. Confrontando costi e benefici, il modello ricava il percorso più efficiente e una grandezza centrale: il costo sociale del carbonio, cioè il danno economico causato da una tonnellata di CO2 in più.

Nell’ultima versione, DICE-2023, pubblicata da Lint Barrage e dallo stesso Nordhaus sulla rivista PNAS nel marzo 2024, la stima è di circa 66 dollari a tonnellata per le emissioni del 2020. Secondo una sintesi del centro studi di Mirova, è un forte aumento rispetto ai 30-40 dollari delle versioni di un decennio prima; i danni stimati risultano quasi doppi rispetto al DICE-2016, intorno al 3,1% del Pil mondiale con un riscaldamento di 3 gradi e al 7% con 4,5 gradi. Barrage e Nordhaus indicano anche una temperatura “ottimale” più bassa e un costo minore per restare entro i 2 gradi.

Perché le stime cambiano così tanto

Il costo sociale del carbonio non è un dato osservato, ma il risultato di ipotesi. La più discussa è il tasso di sconto: quanto pesano i danni futuri rispetto ai costi di oggi. Più è alto, meno contano le generazioni che verranno. Su questo punto Nordhaus si scontrò nel 2006 con la Stern Review, il rapporto commissionato dal governo britannico che chiedeva tagli più rapidi; un’altra critica, dell’economista di Harvard Martin Weitzman, riguardava il peso degli eventi estremi, poco probabili ma con danni enormi.

La politica americana mostra quanto la cifra possa oscillare. Secondo The Hill, l’amministrazione Obama usava circa 42 dollari a tonnellata per il 2020; nel primo mandato di Donald Trump, considerando solo i danni negli Stati Uniti, la stima scese a pochi dollari. Nel 2023 l’EPA, l’agenzia federale per l’ambiente, l’ha portata a 190 dollari per le emissioni del 2020, con tassi di sconto più bassi. Con l’ordine esecutivo 14154 del gennaio 2025, come riporta ProPublica, l’amministrazione Trump ha sciolto il gruppo di lavoro che la calcolava e ne ha fermato l’uso nelle regole federali.

Dalla tassa sul carbonio al club del clima

Dal suo modello Nordhaus ricavava una proposta precisa: una tassa sul carbonio moderata all’inizio e crescente nel tempo. Secondo il New York Times, negli Stati Uniti l’idea ha raccolto consensi da entrambi gli schieramenti ma si è rivelata politicamente difficile, ed è stata applicata raramente; si sono diffusi invece i sistemi di scambio delle quote di emissione, in cui l’autorità fissa un tetto e il mercato determina il prezzo. Il più grande è quello europeo, l’EU ETS: secondo i dati di Trading Economics, a fine ottobre 2026 una quota, che dà diritto a emettere una tonnellata di CO2, valeva circa 89 euro.

Per affrontare il problema di chi beneficia degli sforzi altrui senza contribuire (il cosiddetto free rider), nel 2015 Nordhaus propose il “club del clima”: un gruppo di Paesi che si impegnano a un prezzo minimo del carbonio e applicano dazi a chi resta fuori. Il New York Times accosta a questa idea il meccanismo europeo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM), che secondo la Commissione europea è entrato nella fase definitiva il 1° gennaio 2026: fa pagare agli importatori le emissioni contenute in alcune merci prodotte fuori dall’UE, come acciaio, cemento, alluminio e fertilizzanti.

Cosa resta e cosa è ancora aperto

Il lavoro di Nordhaus ha dato vita a un campo di studi, quello dei modelli di valutazione integrata, oggi usati da governi e istituzioni; secondo Barrage e Nordhaus, il DICE è il più diffuso di questi modelli. Secondo Robert Stavins, economista di Harvard citato dal New York Times, Nordhaus ha portato l’ambiente al centro della disciplina, mentre prima era un tema marginale.

Le critiche restano. Lo stesso Stavins osserva che le prime raccomandazioni di Nordhaus erano meno ambiziose di quanto molti sostenitori dell’azione climatica volessero; altri contestano l’idea di misurare i danni climatici con il Pil, e la sintesi di Mirova segnala che la funzione dei danni del DICE, molto aggregata, trascura gli effetti regionali. Come ricorda il New York Times, Nordhaus ha aggiornato più volte il modello, alzando in modo significativo la stima del prezzo appropriato del carbonio.

Da seguire nei prossimi mesi: l’applicazione del CBAM e l’andamento del mercato europeo delle quote, e il dibattito americano sul costo sociale del carbonio, oggi escluso dalle regole federali.

Contenuto a solo scopo informativo: non costituisce consulenza finanziaria né sollecitazione all’investimento.

Fonte: American Economic Association